
L'opposizione birmana non si piega e risponde alla sanguinosa repressione della giunta militare con lo sciopero generale. Intanto, dalla 'zona libera' Karen, ai confini con la Thailandia, si muove l'esercito formato dall'alleanza tra le etnie shan, karen, mon e karenny. A riferirlo è Cecilia Brighi, responsabile della Cisl per i rapporti con le istituzioni internazionali e con i Paesi asiatici. "Il sindacato birmano ha lanciato una mobilitazione generale per paralizzare formalmente il Paese", ha raccontato la rappresentante sindacale, "a Yangon, nella zona di Insein, 2.000 persone stanno gia' manifestando e altre 1.500 si sono radunate nell'area dei centri commerciali". E intanto, ha aggiunto, "l'allenaza degli eserciti delle etnie shan, karen, mon e karenny ha deciso di scendere in campo contro la giunta militare".
Emarginate da decenni dalla giunta militare, le minoranze etniche del nord e dell'est del Paese hanno deciso di scendere in campo al fianco dell'opposizione che fa riferimento al premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi. "I rappresentanti delle minoranze etniche che fanno parte del Consiglio delle organizzazioni democratiche", ha raccontato la Brighi, "si sono messi d'accordo con la dissidenza e hanno iniziato ad attaccare i battaglioni dell'esercito regolare". In questo modo, ha spiegato, "la giunta e' costretta a spostare parte dell'esercito, ora concentrato nella ex capitale per reprimere le proteste, anche in altre parti del Paese". Una specie di "diversivo", che dimostra "come la rivolta si sta estesa e non sia rientrata, come il vertice militare vorrebbe far credere".
Riguardo alla missione dell'inviato speciale delle Nazioni Unite, Ibrahim Gambari, fonti della dissidenza hanno riferito che senza un incontro con il generale Than Shwe (annunciato per domani), "avra' poco valore, perche' tutte le decisioni sono prese da Than Shwe", ha spiegato la sindacalista. "L'unica soluzione credibile", ha sottolineato, "è un tavolo di confronto con tutte le parti interessate". Ma senza cadere nella trappola, ha avvertito la Brighi, delle conclusioni della Convenzione nazionale, i cui lavori si sono aperti nel 1993 e si sono conclusi, dopo moltissime interruzioni, lo scorso primo settembre. "Il vertice militare", ha concluso la Brighi, "cercherà di vendere alla comunità internazionale una 'road map' studiata da persone attentamente selezionate e confezionata esclusivamente per consolidare il potere militare".
Domani incontro Gambari-Than Swe
L'inviato speciale delle Nazioni Unite, Ibrahim Gambari, incontrerà martedì il generale Than Shwe, capo della giunta militare. Lo hanno confermato fonti del regime birmano. Gambari è già tornato a Naypyidaw, il villaggio nella giungla che il regime birmano ha voluto come nuova capitale. Ieri l'inviato Onu aveva avuto un colloquio di poco piu' di un'ora a Yangon con la leader dell'opposizione Aung San Suu Kyi. E' la prima volta in un anno che a uno straniero viene permesso di parlare con la premio Nobel per la Pace 1991. Gambari è arrivato sabato e ha già incontrato il primo ministro facente funzione del governo fantoccio dei militari, il Consiglio per la pace e lo sviluppo, oltre ai ministri degli Esteri e alla Informazione. Ma non è ancora riuscito a parlare con il capo della Giunta militare (14 generali) che, ha ricordato la Brighi, "comanda davvero il paese dalle proteste del 1988". Il generale Than Shwe ha finora rifiutato di affrontare la realtà, e l’inviato Onu.
Oltre mille oppositori in carcere
Stroncati i cortei di protesta, svuotati molti monasteri, cresce il timore per quanti sono finiti in questi giorni nelle galere del regime birmano. Organizzazioni per la difesa dei diritti umani parlano di oltre mille persone scomparse. Fonti diplomatiche straniere ritengono che centinaia tra sacerdoti buddhisti e militanti dell'opposizione siano state portate via durante i giorni cruciali delle manifestazioni represse nel sangue. Stando all'Associazione di assistenza ai detenuti politici (Aapp), organizzazione con sede in Thailandia, che da anni segue la situazione nelle 43 prigioni birmane, potrebbero essere 1.500 le persone scomparse la settimana scorsa. "Almeno 85 dimostranti, oltre 1.000 monaci e tra i 300 e i 400 studenti e attivisti sono stati arrestati", ha detto Bo Kyi, segretario aggiunto di Aapp, nel sottolineare che le condizioni nelle galere del regime sono terribili. Secondo La Asian Human Rights Commission (Ahrc), altra organizzazione con sede a Hong Kong, "nell'ultima settimana almeno 700 monaci e 500 civili sono stati arrestati e portati in luoghi segreti". I diplomatici a Yangon stanno anche tentando di verificare la portata reale della carneficina della settimana scorsa, perche' sono in molti a ritenere che le vittime sia state molte di piu' delle tredici ammesse dal regime.
Quattro etnie contro la giunta
Sono quattro le principali etnie in armi contro il regime militare della Birmania. Abitano le regioni settentrionale e orientale, e dopo la sanguinosa repressione delle manifestazione democratiche di questi giorni, hanno stretto un patto per scendere in campo a favore dell'opposizione.
- Shan: è l'etnia maggioritaria dopo i birmani. Rappresenta tra il 10 e il 15 per cento della popolazione del Paese (5-7 milioni). La tribu' shan ha forti legami con la Thailandia; nella loro lingua gli shan si chiamano Tai e il loro Stato, che gode di relativa autonomia rispetto al governo centrale, è denominato Mong Tai. Lo Shan State Army del Sud (Sas South) è la loro principale organizzazione armata. Molto importante la religione buddhista, con monasteri e pagode, luoghi centrali della vita pubblica. Nel 2005, gli Shan in esilio (il re è in Canada) hanno dichiarato
l'indipendenza dello Stato Shan e la costituzione degli Stati federati dello Shan: dichiarazione pero' rifiutata dagli esponenti
delle tribù ancora in Birmania. Nel 2002 si contavano circa 120mila profughi di questa etnia e si ritiene che, dal 1996 a
oggi, circa 200mila Shan siano stati costretti a spostarsi in Thailandia, dove la loro condizione di rifugiati non viene
riconosciuta dalle autorita' di Bangkok.
- Karen: vivono per la maggior parte nell'omonimo Stato, chiamato anche Kayin. Sono 2 milioni, secondo il governo birmano, 7 milioni per gli stessi Karen. Nonostante la relativa autonomia del loro Stato, ci sono tre organizzazioni guerrigliere e politiche di una certa importanza: la maggiore, che conta circa 5mila combattenti, è la Unk (Unione Nazionale Karen), affiancata dal Knla (Karen National Liberation Army). I due gruppi, oltre a svolgere attività insurrezionale, sono anche vere e proprie autorità governative che forniscono assistenza sociale, infrastrutture e istruzione alla popolazione (un po' sul modello di Hamas o, fatti moltissimi distinguo, del chiapaneco Ezln). Dal 1994, poi, si è costituito anche il Dkba (Democratic Buddhist Karen Army) che si è staccato dagli altri due gruppi a causa della prevalenza di ufficiali di fede cristiana. Nonostante il gentlemen agreement fra l'Unk e la giunta birmania, sono state registrate negli ultimi anni più di duecento violazioni da parte del governo birmano. I Karen, che non amano essere chiamati così perché, in lingua birmana, il loro nome significa 'grezzi, primitivi', sono divisi in due sottogruppi principali che includono circa il 70 per cento della popolazione: i Pwo e gli Sgaw. Mentre i primi sono buddhisti, almeno un sesto dei secondi e' cristiano, il che genera contrasti all'interno dell'etnia. Si calcola che la maggior parte degli oltre 140mila rifugiati accolti nei dieci campi profughi al confine thailandese, circondati da filo spinato e presidiati dai soldati, siano Karen.
- Karenni: subetnia del gruppo Karen. Vivono anch'essi in uno Stato omonimo e che gode di una certa autonomia rispetto al
governo centrale. Sono divisi in sette gruppi (all'interno dei quali vige un'ulteriore divisione in tribù), ma convivono pacificamente. Per lo più cristiani (il 75 per cento, con il restante 25 per cento buddhista o animista), non sono mai stati dominati da potenze straniere prima dell'indipendenza della Birmania.
- Mon: sono i primi abitanti della Birmania. Rappresentano quasi il 3 per cento della popolazione del Paese: un milione e mezzo di individui. Buddhisti e contadini, i Mon reclamano uno Stato autonomo molto più vasto di quello che gli è stato concesso dal governo birmano. Per questo è stato fondato il New Mon State Army (Nmsa) che, dal 1994, ha firmato un cessate il fuoco con la giunta militare. La tregua, però, è stata più volte violata.
1 ottobre 2007