
Quale significato dare allo slogan ‘Il tempo delle responsabilità’? Senza dubbio ognuno dei quattrocento partecipanti alla ‘marcia Perugia-Assisi’, che quest’anno dal 10 al 17 ottobre si è tenuta in Israele e nei territori palestinesi occupati per rilanciare il processo di pace, avrà elaborato dagli incontri avuti, dalle drammatiche testimonianze raccolte in prima persona e dai luoghi visitati, un proprio significato. Quali responsabilità ci si deve assumere? Quali trasmettere alla comunità d’appartenenza affinché si mobiliti e scuota la politica in Europa, così come in Italia, da un lungo letargo che ha consentito il perpetrarsi della tragedia israelo-palestinese? In Cisgiordania gli insediamenti dei coloni israeliani stanno rendendo impraticabile l’idea di uno Stato palestinese; la disperazione nei campi profughi si trasforma ogni giorno in odio e rassegnazione. A Gerusalemme la politica israeliana è di una lenta e inesorabile occupazione, casa dopo casa, strada dopo strada, con la costruzione di nuovi quartieri-città che formano una cintura di annessione della città araba a quella israeliana e cancella il confine della green line (antecedente alla guerra del 1967), tra lo Stato di Israele, che ha celebrato i 61 anni della nascita, e quello di Palestina, che ancora non esiste. Il cosiddetto ‘muro di difesa’, una struttura in cemento armato alta 8 metri che si erge lungo un percorso tortuoso e incomprensibile, intervallata da torrette blindate e varchi in ferro, è di fatto uno strumento per rompere la continuità del territorio palestinese e annettere altra terra a Israele, espropriando terreni coltivati, abitazioni, separando villaggi e famiglie.
Il 'profitto' della pace
Così, questa ‘marcia dei Quattrocento’, questa ‘diplomazia dei cittadini’ ha visto i drammi e le tragedie della quotidianità che non raccontano i grandi organi di informazione. Entrando a Gaza ha visto la punizione collettiva inflitta a un milione e mezzo di palestinesi -ancora oggi sotto embargo, dopo nove mesi dall’operazione militare ‘Piombo fuso’- in balia del mercato nero e del contrabbando dai tunnel con l’Egitto, perché è impedito il libero accesso all’assistenza umanitaria, condizionata di fatto alle sorti del negoziato con Hamas e tra Hamas e Fatah. Questa missione di pace dal basso di fatto è una denuncia del fallimento di decenni di diplomazia ufficiale e solleva molte domande. Una fra tutte: “A chi giova questo stato di cose?”. La richiesta che si leva dai territori occupati in fondo è molto chiara e precisa: libertà e pari dignità, non importa se la soluzione del conflitto passi dalla nascita di uno o due Stati. Debole, anzi debolissima, è stata invece la voce dei politici -dei Paesi europei e dell’Unione europea- perchè si limita all’assistenza umanitaria e al mantenimento di uno status quo oramai insostenibile e irresponsabile. Lo stesso aiuto all’amministrazione palestinese, senza la ripresa dei negoziati e la fine dell’occupazione, rischia di avere effetti controproducenti, come denunciato dallo stesso Sari Nusseibeh, intellettuale palestinese e rettore dell'università Al Quds, che propone, in modo provocatorio, di condizionare gli aiuti a passi concreti e verificabili sul percorso della pace. Ma la stessa contraddizione la vivono le ong che dal 2000, vale a dire dall’inizio della seconda intifada, hanno sostituito l’azione di sviluppo con quella di assistenza umanitaria, per rispondere a una emergenza che trova le proprie cause e responsabilità nella politica, nell’accettazione del conflitto, nella violazione del diritto e degli accordi internazionali. Vi è anche un’assunzione di responsabilità nel chiedersi se questa cooperazione non rischia di produrre il risultato opposto alle intenzioni originarie, giacché si assume l’onere della ricostruzione e dell’assistenza, altrimenti a carico dell’occupante. È dunque sul ruolo dell’Unione europea e sul suo ruolo, sulle responsabilità politiche in capo ai governi europei e sulla strategia della cooperazione internazionale e degli Aiuti Pubblici che deve concentrarsi l’azione della ‘diplomazia dei cittadini’, affinché ognuno si assuma le proprie responsabilità e trovi il coraggio di vincolare tutti al rispetto del diritto internazionale, di tutte le risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e alla rinuncia alla violenza. E se ‘Muro’ deve esserci che sia sul confine del 1967. Occorre avere il coraggio di affermare la inviolabilità del diritto internazionale e del rispetto dei diritti umani quando questi vengono violati, sia che si tratti del governo o dell’esercito israeliano, sia che si tratti di Hamas o dell’Autorità Nazionale Palestinese. Tutti quanti devono avere chiaro che sicurezza, commercio, cooperazione e accordi debbono essere condizionati al rispetto di queste regole. Se riusciremo ad affermare questo principio, avremo dimostrato l’interesse e il “profitto” della pace.
Questo impegno, questa responsabilità va presa tutti insieme, con le tante realtà associative, le comunità locali, i sindacati, le entità organizzate e singoli cittadini, in Israele, in Palestina, in Italia e in Europa, perché una grande e straordinaria alleanza di società civile può condizionare l’agenda della politica.
L’esperienza di questo viaggio in Palestina e in Israele spinge in questa direzione. Sinceramente, onestamente, non si vedono altre strade.