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10 settembre 2010   h: 16.52

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Emergenza Pakistan

Medio Oriente, il tempo delle responsabilità

La marcia Perugia-Assisi si è spostata in Israele e nei territori palestinesi occupati per rilanciare il processo di pace. Le riflessioni di Sergio Bassoli, portavoce della piattaforma ong italiane per il M.O.

Quale significato dare allo slogan ‘Il tempo delle responsabilità’? Senza dubbio ognuno dei quattrocento partecipanti alla ‘marcia Perugia-Assisi’, che quest’anno dal 10 al 17 ottobre si è tenuta in Israele e nei territori palestinesi occupati per rilanciare il processo di pace, avrà elaborato dagli incontri avuti, dalle drammatiche testimonianze raccolte in prima persona e dai luoghi visitati, un proprio significato. Quali responsabilità ci si deve assumere? Quali trasmettere alla comunità d’appartenenza affinché si mobiliti e scuota la politica in Europa, così come in Italia, da un lungo letargo che ha consentito il perpetrarsi della tragedia israelo-palestinese? In Cisgiordania gli insediamenti dei coloni israeliani stanno rendendo impraticabile l’idea di uno Stato palestinese; la disperazione nei campi profughi si trasforma ogni giorno in odio e rassegnazione. A Gerusalemme la politica israeliana è di una lenta e inesorabile occupazione, casa dopo casa, strada dopo strada, con la costruzione di nuovi quartieri-città che formano una cintura di annessione della città araba a quella israeliana e cancella il confine della green line (antecedente alla guerra del 1967), tra lo Stato di Israele, che ha celebrato i 61 anni della nascita, e quello di Palestina, che ancora non esiste. Il cosiddetto ‘muro di difesa’, una struttura in cemento armato alta 8 metri che si erge lungo un percorso tortuoso e incomprensibile, intervallata da torrette blindate e varchi in ferro, è di fatto uno strumento per rompere la continuità del territorio palestinese e annettere altra terra a Israele, espropriando terreni coltivati, abitazioni, separando villaggi e famiglie.

 

Il 'profitto' della pace
Così, questa ‘marcia dei Quattrocento’, questa ‘diplomazia dei cittadini’ ha visto i drammi e le tragedie della quotidianità che non raccontano i grandi organi di informazione. Entrando a Gaza ha visto la punizione collettiva inflitta a un milione e mezzo di palestinesi -ancora oggi sotto embargo, dopo nove mesi dall’operazione militare ‘Piombo fuso’- in balia del mercato nero e del contrabbando dai tunnel con l’Egitto, perché è impedito il libero accesso all’assistenza umanitaria, condizionata di fatto alle sorti del negoziato con Hamas e tra Hamas e Fatah. Questa missione di pace dal basso di fatto è una denuncia del fallimento di decenni di diplomazia ufficiale e solleva molte domande. Una fra tutte: “A chi giova questo stato di cose?”. La richiesta che si leva dai territori occupati in fondo è molto chiara e precisa: libertà e pari dignità, non importa se la soluzione del conflitto passi dalla nascita di uno o due Stati. Debole, anzi debolissima, è stata invece la voce dei politici -dei Paesi europei e dell’Unione europea- perchè si limita all’assistenza umanitaria e al mantenimento di uno status quo oramai insostenibile e irresponsabile. Lo stesso aiuto all’amministrazione palestinese, senza la ripresa dei negoziati e la fine dell’occupazione, rischia di avere effetti controproducenti, come denunciato dallo stesso Sari Nusseibeh, intellettuale palestinese e rettore dell'università Al Quds, che propone, in modo provocatorio, di condizionare gli aiuti a passi concreti e verificabili sul percorso della pace. Ma la stessa contraddizione la vivono le ong che dal 2000, vale a dire dall’inizio della seconda intifada, hanno sostituito l’azione di sviluppo con quella di assistenza umanitaria, per rispondere a una emergenza che trova le proprie cause e responsabilità nella politica, nell’accettazione del conflitto, nella violazione del diritto e degli accordi internazionali. Vi è anche un’assunzione di responsabilità nel chiedersi se questa cooperazione non rischia di produrre il risultato opposto alle intenzioni originarie, giacché si assume l’onere della ricostruzione e dell’assistenza, altrimenti a carico dell’occupante. È dunque sul ruolo dell’Unione europea e sul suo ruolo, sulle responsabilità politiche in capo ai governi europei e sulla strategia della cooperazione internazionale e degli Aiuti Pubblici che deve concentrarsi l’azione della ‘diplomazia dei cittadini’, affinché ognuno si assuma le proprie responsabilità e trovi il coraggio di vincolare tutti al rispetto del diritto internazionale, di tutte le risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e alla rinuncia alla violenza. E se ‘Muro’ deve esserci che sia sul confine del 1967. Occorre avere il coraggio di affermare la inviolabilità del diritto internazionale e del rispetto dei diritti umani quando questi vengono violati, sia che si tratti del governo o dell’esercito israeliano, sia che si tratti di Hamas o dell’Autorità Nazionale Palestinese. Tutti quanti devono avere chiaro che sicurezza, commercio, cooperazione e accordi debbono essere condizionati al rispetto di queste regole. Se riusciremo ad affermare questo principio, avremo dimostrato l’interesse e il “profitto” della pace.


Questo impegno, questa responsabilità va presa tutti insieme, con le tante realtà associative, le comunità locali, i sindacati, le entità organizzate e singoli cittadini, in Israele, in Palestina, in Italia e in Europa, perché una grande e straordinaria alleanza di società civile può condizionare l’agenda della politica.
L’esperienza di questo viaggio in Palestina e in Israele spinge in questa direzione. Sinceramente, onestamente, non si vedono altre strade.

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