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3 settembre 2010   h: 00.48

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Emergenza Pakistan

Emergenza Somalia

Un Paese al bivio: 365mila persone fuggite dalla capitale in poco più di tre mesi e il rischio che le violenze invadano l'intero Corno d'Africa. Diplomazie internazionali a lavoro per la pace, ma nel frattempo la crisi umanitaria dilaga

Dall'inizio di febbraio sono fuggiti in 365mila da Mogadiscio. Il dato dalle dimensioni devastanti è dell’Alto commissariato dell’Onu per i Rifugiati (Unhcr). Nei giorni scorsi l’assistente Alto commissario, Judy Cheng-Hopkins, ha compiuto una missione di quattro giorni a Baidoa e a Galkayo, nella Somalia centro-meridionale. L’impressione riportata non lascia spazio a interpretazioni: “Sono sconvolta – ha detto - le condizioni di vita degli sfollati a causa dei pesanti combattimenti che hanno sconvolto Mogadiscio nell’ultimo mese è agghiacciante”. A Baidoa, circa 230 chilometri a nord-ovest della capitale, sono appena giunti 17mila nuovi sfollati. “Vivono in alloggi precari costruiti con stoffa e bastoni”, ha continuato il funzionario dell’Unhcr, “alcune famiglie non sono riuscite a trovare materiale sufficiente neanche per coprire l’intero riparo e la mancanza di teli di plastica fa sì che rimangano esposti alle forti piogge notturne”. E a Galkayo, nella regione del Puntland, circa 700 chilometri a nord di Mogadiscio, dove sono da poco arrivate circa 10mila persone, la situazione non è migliore.
Qualcuno inizia lentamente a fare ritorno nella capitale, ma la maggior parte dei profughi ha paura di tornare nelle proprie case: le condizioni di sicurezza sono instabili e il timore che possano riaccendersi le violenze è ancora troppo pressante. C’è poi chi tornerebbe ma non può permettersi il costo del trasporto per la città, e chi sa di non poter tornare perché la sua casa è andata distrutta. La situazione non è più rosea per le famiglie che hanno occupato in emergenza gli ex edifici governativi, alle quali il governo federale di transizione ha dato l’ultimatum: tutte le strutture occupate devono tornare al più presto operative e gli “abusivi” devono lasciarle.

 

Le priorità dell’Unhcr
L’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati ha definito come linee guida per la sua azione in Somalia quella di “occuparsi di coloro che non godono del sostegno di familiari o del clan e di concentrarsi sugli sfollati interni, ma anche di prestare attenzione alle comunità che li accolgono, altrettanto bisognose di sostegno”. Al momento l’agenzia delle Nazioni Unite sta negoziando con il governo per avere garanzia che chi è rimasto in città venga trasferito in aree economicamente accessibili e con adeguati servizi e infrastrutture. A Baidoa la Cheng-Hopkins ha incontrato diversi ministri del governo federale di transizione e ha visitato ospedali che, ha sottolineato, “hanno estremo bisogno” di rifornimenti medici. “L’accesso alle persone costituisce la chiave del nostro impegno umanitario in Somalia – ha aggiunto - il contesto in cui avvengono le operazioni continua a rimanere instabile e si teme che le alluvioni possano impedire l’accesso ad Afgooye, a 30 chilometri da Mogadiscio, dove si sono già riversate più di 43mila persone”. Nella cittadina e nelle aree circostanti, l’Unhcr ha distribuito aiuti d’emergenza a circa 50mila persone. A breve, l’agenzia rivolgerà un appello alla comunità internazionale per ricevere altri fondi necessari ad assistere i somali sfollati all’interno del paese e rifugiati nei paesi circostanti. Attualmente l’Unhcr dispone per la Somalia di un budget pari a circa 4,2 milioni di euro, ma questa cifra era stata richiesta prima del recente esodo da Mogadiscio.

 

L'allarme dell'Unicef

La situazione a Mogadiscio e' "la piu' grave degli ultimi sedici anni e i primi a pagarne le conseguenza sono, come sempre, i bambini". L'allarme e' stato lanciato da Christian Baslev-Olesen, rappresentante Unicef in Somalia, dove il conflitto in atto ha fatto precipitare la capitale in una crisi umanitaria drammatica. Gli ospedali sono sovraffollati, donne e bambini sono vittime ogni giorno dei combattimenti, il numero degli sfollati ha superato le 375.000 unita'.  E il quadro e' ulteriormente aggravato dal degrado delle condizioni sanitarie e la conseguente diffusione di infezioni e malattie. Secondo il Fondo mondiale per l'infanzia, le regioni centrali e meridionali del Paese, dove risiede il 70 per cento della popolazione, sono le piu' colpite sia dalle alluvioni sia dalle epidemie e dagli effetti della guerra. "Anche se si e' abituati a considerare la Somalia un Paese senza Stato", ha continuato Baslev-Olesen, "cio' che sta avvenendo non ha precedenti". Senza considerare che, gia' prima dell'ultima crisi, un bambino su tre era malnutrito, uno su sei non raggiungeva il quinto anno di vita e piu' di mille donne morivano ogni anno di parto.
 

Diplomazia italiana a lavoro
“L’Italia sta lavorando la preparazione di un congresso nazionale di riconciliazione realmente inclusivo di tutte le componenti della variegata società somala, incluse quelle tradizionalmente prive di rappresentanza a livello politico”. Lo ha riferito Mario Raffaelli, inviato speciale del governo italiano in Somalia, che ha di recente lanciato un appello alla comunità internazionale affinché accresca le pressioni politiche sul governo di transizione somalo e su Addis Abeba per arrivare a una tregua permanente tra i gruppi ribelli che fanno capo al clan Hawiye e alle deposte Corti islamiche e il governo transitorio, sostenuto dalle truppe etiopiche. Per arrivare a una soluzione diplomatica condivisa che però deve prevedere anche il ritiro delle truppe di Addis Abeba da Mogadiscio e il contemporaneo dispiegamento della missione Onu “in forma maggiore rispetto a oggi”. Per Raffaelli, il Paese del Corno d'Africa sta attraversando una fase “particolarmente delicata”, perché "quello di Mogadiscio è un problema di potenziale guerriglia endemica”. Di conseguenza, per pacificare la città “non basta conquistare posizioni militari”.  Soprattutto in considerazione della "gravissima crisi umanitaria in corso". Inoltre, ha sottolineato Raffaelli, se ribelli e governo transitorio non trovano al più presto un accordo, sono a rischio i lavori della conferenza di riconciliazione nazionale, già rimandata per motivi di sicurezza a metà giugno. Nei giorni scorsi un volo umanitario donato dal governo italiano ha trasportato dalla base di Pronto intervento umanitario delle Nazioni Unite di Brindisi fino a Baidoa 15 tonnellate di aiuti da distribuire a migliaia di sfollati. L’iniziativa precede di poco la visita della viceministra degli Esteri Patrizia Sentinelli ad Addis Abeba per incontrare le autorità somale, il Comitato degli indipendenti e i rappresentanti più qualificati della società civile. “Giudichiamo positivamente”, ha spiegato una nota della Farnesina, “la notizia, giunta da Mogadiscio sui primi arrivi di truppe della missione di pace dell’Ua, a cui l’Italia ha deciso di contribuire con 10 milioni di euro per Amisom, il cui dispiegamento costituisce un passaggio indispensabile per il ritiro del contingente etiopico dall’area somala. L’Italia è anche disponibile, non appena sarà pienamente riaperto il canale umanitario, a dare una tempestiva risposta alla gravissima crisi umanitaria che ha sconvolto la città e le zone contigue della Somalia centro-meridionale”.

 

L’appello delle Ong di ‘Italia Aiuta
“Abbiamo avuto modo di imparare, da precedenti esperienze, che l’inerzia e i tentennamenti degli aiuti umanitari internazionali aggravano non solo le condizioni delle popolazioni più vulnerabili, ma anche le possibilità di ripresa e di dialogo che sempre ci si augura di far seguire alle emergenze”. Così il segretario generale di Intersos, Nino Sergi, ha spiegato da dove è partita l’idea di lanciare il coordinamento Italia Aiuta, promosso con le Ong Cesvi, Cisp, Coopi, Cosv, Movimondo, e con il settimanale Vita. Dopo aver operato per le crisi del Darfur e del Libano, Italia Aiuta  si fa ora promotrice della campagna Un aiuto alla Somalia, con l’obiettivo di mobilitare la società e le istituzioni italiane, a favore della creazione di corridoi umanitari per raggiungere ovunque le popolazioni in pericolo. Con l’obiettivo immediato  di dare una risposta urgente ai bisogni della popolazione somala. “Dobbiamo intervenire rapidamente con generi di prima necessità, in aiuto delle decine di migliaia di sfollati che si sono mossi senza alcuna speranza verso il Sud del Paese”, ha continuato Sergi, “e nello stesso tempo programmare aiuti a medio termine che consentano, una volta superata la primissima emergenza, di sostenere la popolazione e prevenire ulteriori calamità”. Per Sergi l’Italia può giocare un ruolo “molto importante” nell’evoluzione degli equilibri relativi al Corno d’Africa. “Promuovere il dialogo e tentare di ricucire la crisi-ha concluso- è una responsabilità che ci riguarda direttamente”.

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