
(AGI) - Milano, 26 ago. - "Sono pronto a ripartire, a tornare
in Somalia. Perche' non si puo' abbandonare un popolo in
difficolta'". Il pistoiese Giuliano Paganini ha voglia di
tornare in Africa, nella terra dove il cooperante italiano
rapito il 5 agosto e' rimasto prigioniero per 76 giorni assieme
alla siciliana Jolanda Occhipinti. I due raccontano la loro
esperienza a palazzo Marino, sede del comune di Milano, dove
sono stati invitati dal presidente del consiglio comunale
Manfredi Palmeri per presenziare alla rimozione dello
striscione con i loro volti, esposto per due settimane in
piazza della Scala. Una storia che ha fatto incrociare i
destini dei due cooperanti dell'ong Cins con quelli di una
nazione percorsa da criminali e bande armate, sconvolta da una
guerra civile che si protrae dal 1991 e dal conflitto fra il
governo e le corti islamiche. "La notte del rapimento -
racconta Jolanda Occhipinti - abbiamo sentito degli spari, poi
hanno fatto irruzione, ci hanno bendati e portati via in auto.
Durante i 76 giorni di prigionia non abbiamo mai subito
maltrattamenti, fino al 5 agosto, quando ci hanno riportati via
in auto e l'autista ci ha detto 'adesso siete liberi'". I
rapitori, probabilmente banditi, avrebbero preteso una cifra
compresa fra 700mila euro e un milione di dollari per la
liberazione, ipotesi smentita dal governo italiano. Intanto
continuano i rapimenti, ultimo quello di due giornalisti
freelance, un australiano e un canadese, portati via a
Mogadiscio. "La mia paura maggiore - racconta Paganini - era
quella di perdere la vita, anche se non abbiamo mai subito
violenze o minacce". L'avventura dei due italiani si e'
conclusa con la liberazione. Di John Harale, il responsabile
somalo dell'ong Cins rimasto nelle mani dei rapitori, invece si
sono perse le tracce. "L'avventura di Occhipinti e Paganini -
spiega Lele Pinardi, presidente delle ong della Lombardia - e'
stata vissuta non da eroi ma da persone 'normali' spinte da una
grossa motivazione e professionalita', persone che credono nel
loro lavoro". "Non sono ancora pronta a tornare in Somalia -
conclude Jolanda Occhipinti - si puo' anche cooperare
dall'esterno. Appena mi hanno liberata - scherza - ho sentito
il bisogno di fumarmi una sigaretta".