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10 settembre 2010   h: 15.41

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OBIETTIVO VISIBILITÀ

Per Luciano Scalettari, giornalista di Famiglia Cristiana e giurato dell’Ngo world videos, è arrivato il momento per comunicazione e cooperazione di entrare in un circolo virtuoso.

Il peso della comunicazione nel mondo delle ong è sempre più rilevante e le organizzazioni non governative tendono a fare una comunicazione sempre più mirata e intensa. Viaggio nella comunicazione sociale visto da Luciano Scalettari, giornalista di Famiglia Cristiana e giurato degli Ngo world videos.

Quanto è importante la comunicazione per una ong?

La visibilità è un obiettivo vitale, soprattutto ora che i finanziamenti pubblici si sono ridotti e la raccolta fondi si rivolge principalmente ai privati. In questo contesto si inserisce anche la necessità di costruire un’immagine credibile e la comunicazione è il principale strumento a disposizione delle ONG. A questi due fattori si somma la peculiarità del panorama italiano, affollato da molte piccole organizzazioni spesso in concorrenza tra loro. Naturalmente l’abbondanza di comunicazione non garantisce automaticamente l’effetto desiderato.

Qual è secondo lei lo strumento di comunicazione più efficace?

Lo strumento più efficace sembra essere la comunicazione visiva. Noi siamo video-dipendenti e oggi tutto passa attraverso il video, di questo le ONG non possono non tenerne conto. Alcune organizzazioni hanno puntato su eventi di comunicazione rivolti al grande pubblico televisivo. Pensiamo agli sms solidali e al loro effetto immediato e a breve termine. Altri preferiscono ricorrere a strumenti che abbiano un effetto di fidelizzazione del pubblico, come ad esempio newsletter ed eventi.

La soluzione migliore sarebbe trovare un giusto mix di strategie. Uno strumento utile, soprattutto in fase di approfondimento, sono i documentari: hanno una forte capacità divulgativa, anche se rischiano di essere poco incisivi. Un format alternativo può essere quello dei video della durata di 4 o 5 minuti, sicuramente più televisivi. Un ulteriore strumento di approfondimento è il reportage, con il quale si può analizzare in modo più articolato l’attività di una ONG e la situazione specifica di un paese. Sarebbe auspicabile un uso più frequente del reportage da parte delle ONG italiane. Viviamo in un contesto in cui si parla sempre meno di sud del mondo e sempre per spot, decontestualizzando le problematiche. L’italiano medio sa poco di tematiche estere, e questo è strano data la generosità che il nostro popolo dimostra con il volontariato e l’impegno sociale, pensiamo al sostegno a distanza. C’è dunque una disponibilità al gesto concreto nel nostro paese, ma poca informazione e consapevolezza. Trascurare i contesti sociali è un problema grave. Un conto è sostenere un bambino in Darfur conoscendo la situazione del Paese, un conto è sentirsi chiedere dei “soldi per un bambino africano”.

Quale potrebbe essere il ruolo delle ONG in questo contesto?

Le ONG hanno le potenzialità per invertire questa tendenza preoccupante, che può degenerare nella disinformazione. La produzione di reportage di informazione è una delle ‘armi’ a loro disposizione. Il problema è che spesso non si riesce a individuare l’elemento che fa notizia e a comunicarlo con efficacia. Molte volte si usa un linguaggio troppo da ‘addetto ai lavori’ che rischia di non coinvolgere. Notizie e progetti importanti sono così sottovalutati perché poco comprensibili e spesso auto-referenziali. Bisogna riuscire a comunicare e a rendere efficace quello che le ONG sanno fare e fanno. Le potenzialità sono tante, ma c’è molto di inespresso e a oggi il reportage è uno strumento totalmente sottovalutato.

Quali sono secondo lei i pregi e i difetti del reportage sociale?

Ne vengono prodotti molti ma nessuno li vede, anche perché poco trasmessi dai canali televisivi e in orari di non grande ascolto. Da parte dei media, dare poca visibilità a questi argomenti è un grosso atto di miopia.

C’è un estremo bisogno di sapere, di conoscere le tematiche del sud. Sono queste che incideranno nel medio periodo sulla nostra vita. Il razzismo, per esempio, nasce dalla non conoscenza. I video-reportage delle ONG potrebbero accorciare le distanze culturali fra nord e sud. Le ONG hanno un potenziale informativo enorme e i cooperanti sanno leggerlo efficacemente. Comunicazione e cooperazione devono entrare dunque in un circolo virtuoso.

Secondo lei, iniziative come l’NGO World Videos possono essere utili per rilanciare e dare visibilità ai documentari sociali migliori?

L’NGO World Videos nasce proprio dall’ esigenza di dare visibilità ai documentari sociali in modo da attirare l’attenzione dei media e sensibilizzare il pubblico. I cortometraggi in concorso erano a metà strada tra documentario e video breve. In 10-15 minuti di tempo è possibile articolare meglio un discorso. Non è uno spot, e quindi non c’è la necessità di colpire immediatamente l’attenzione del pubblico.

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