
JAMILETH ha 37 anni, è sposata da quando ne ha 16 e vent’anni di violenza coniugale li porta in volto e sul corpo. Quando si sposa conosce appena il suo compagno, e dopo i primi anni di matrimonio l’uomo inizia a picchiarla. E lo fa per anni. Per gelosia, per i pochi soldi con cui sopravvivere, per la mancanza di lavoro. La violenza non è solo fisica, è anche verbale e psicologica. Jamileth viene costantemente insultata e minacciata e spesso, per paura, si rifugia dalle vicine e passa la notte fuori di casa. Un’unica cosa, racconta oggi, non ha mai concesso al marito: che toccasse i suoi tre figli.
Lei ha voluto crescerli bene e dopo quelli non ne ha voluti più. Dopo la terza gravidanza, all’insaputa del marito, ha deciso di farsi sterilizzare. I figli sono il suo orgoglio, l’istruzione e la costruzione del loro futuro sono l’unico motivo di vita. Sogna di raccogliere abbastanza soldi per far proseguire negli studi la figlia più grande. Si impegna a crescere in serenità il figlio maschio, il piccolo di 8 anni, perché diventi un uomo rispettoso. Jamileth ci crede veramente, con ostinazione e non ribatte quando il difensore comunitario della Rete delle Donne nel Quartiere le spiega quanto male facciano all’istruzione e al futuro del suo bambino la violenza che lei subisce dal marito.
MARIA LUISA è una donna indigena che vive nella comunità di Monterrey, nel dipartimento di Jinotega, zona di grandi piantagioni di caffè, quello buono, che viene esportato in tutto il mondo (mentre per il consumo interno si usa quello di qualità inferiore. La raccolta del caffè è l’occupazione principale per gli abitanti che vivono prestando la mano d'opera a cottimo: si guadagna a fine settimana sulla base di quanto si è riusciti a raccogliere. Nonostante debba lavorare tenendo in braccio la sua bambina di due anni, Maria Luisa riesce a raccogliere quasi un sacco di caffè al giorno.
Nella piantagione dove stava fino a sei mesi e lavorava anche come cuoca Maria Luisa viene violentata dal suo ex datore di lavoro. Non denuncia subito l’accaduto, ma arriva a farlo solo quando il suo compagno finisce in galera per aver aggredito il proprietario. Lo fa per salvare lui, non se stessa, abituata a subire i soprusi, il duro lavoro della piantagione, la violenza. Il suo compagno è rilasciato; il suo procedimento, invece, è ancora in corso.

FRANCISCA non solo apre le porte della sua casa alle donne del quartiere, ma si infila nelle case degli altri da quando si è accorta dei tanti casi violenza domestica taciuti. Le abitazioni precarie della degradata area Hugo Chavez non lasciano molto spazio all’immaginazione su cosa stia accadendo dietro alle pareti di fortuna e Francisca, dimostrando un grandissimo coraggio, non esita a intervenire facendo quanto in suo potere. Prima di tutto fa allontanare i bambini dalle liti che degenerano in violenza, poi assiste le donne vittime delle angherie e degli abusi dei mariti e si mette loro a disposizione per accompagnarle in un percorso di ‘liberazione’ dalla violenza.
Francisca è una bellissima donna di 29 anni con la vita segnata da soprusi e maltrattamenti. Ha subito abusi sessuali nella famiglia di origine e dopo il matrimonio si è ritrovata a subire le violenze del marito. Del percorso che ha faticosamente intrapreso con le donne difensori comunitarie cui ha chiesto aiuto la parte racconta con passione è stato il lavoro sull’autostima: un lavoro centrale per arrivare a capire e a sentire che poteva avere un ruolo diverso da quello che da sempre le era stato assegnato: il ruolo di vittima della sua famiglia. Oggi Francisca è difensore comunitario e grazie alla sua azione di sostegno alle altre donne ha riacquistato -almeno in parte- la sua serenità.
ANGELITA è una vivace contadina sulla cinquantina, da anni difensore nella comunità rurale di Tomatoya, nel dipartimento di Jinotega. Angelita ha da sempre una posizione privilegiata a fianco delle donne della sua comunità, è una levatrice e una curandera (sfrutta le proprietà curative delle piante) e per lei assumere anche il ruolo di difensore comunitario è stato un passaggio naturale. Ne ha visti tanti di casi di violenza, e in vent’anni ne ha seguiti almeno 200. Il suo attivismo l’ha resa un personaggio ‘scomodo’ perché e lei stassa racconta di avere subito aggressioni e minacce. Ma Angelita prosegue ‘la strada della giustizia’ senza esitazioni, forte del rispetto che gode all’interno della comunità, di un marito che è orgoglioso di lei e dell’appoggio del suo gruppo è sempre più numeroso e ha preso l’abitudine di riunirsi ogni mese per confrontarsi, formarsi e accogliere i nuovi ‘adepti’.