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3 settembre 2010   h: 00.58

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RICOSTRUIRE UNA VITA

I traumi dovuti alle violenze subite e compiute dai bambini in guerra possono essere superati. Con un lungo percorso di recupero. Parla Ian Clifton Everest, professore di psicologia dello sviluppo a Londra

Coordinatore dei programmi psico-sociali
di Coopi a favore dei bambini ex combattenti, Ian Clifton Everest insegna alla Guildhall University di Londra
e ha un’esperienza decennale in tema
di coinvolgimento dei minori nei conflitti armati,
basato sullo studio di casi in Sierra Leone, Nord Uganda e Repubblica Democratica del Congo.







Di cosa ha più bisogno una bambina o un bambino appena uscito
dalle fila dei ribelli?

I problemi da affrontare sono molto diversi per i ragazzi e le ragazze. Coopi si è recentemente specializzata nel reinserimento di bambine coinvolte in conflitti. Molte di loro hanno problemi di salute, altre devono affrontare gravidanze indesiderate. Quello che ci impegniamo a fare, dopo le cure sanitarie, è sostenere con particolare attenzione il processo di reinserimento nella famiglia. Un percorso difficile e complesso, perché le ragazze che hanno subito violenze e quelle che tornano con una gravidanza o un figlio non sono più considerate come le altre. Una bambina abusata non ha più lo stesso ‘valore’ per la comunità e difficilmente potrà prendere marito e formare una famiglia. Questo ‘disonore’ è molto sentito in Nord Uganda e in Congo orientale, meno in Sierra Leone, dove comunque rappresenta sempre un grande problema.

Come favorite il reinserimento?

Innanzitutto cerchiamo di rendere i bambini produttivi e quindi economicamente utili alle famiglie. Questo facilita l’accoglienza. Poi iniziamo un percorso di sensibilizzazione dei genitori, oltre che degli altri membri della comunità e del villaggio, cercando di spiegare che i ragazzi sono stati le prime vittime del dramma subito dalla comunità: razzie, aggressioni, stupri, omicidi. Inoltre, parliamo agli adulti delle sofferenze subite dai piccoli al fronte e dei diritti che sono stati loro negati e che tuttora posseggono.

C’è il rischio che gli ex combattenti tornino violenti?

Quasi tutti i ragazzi tendono a perdere il rispetto per l’autorità familiare. In teoria possono anche essere pericolosi, ma non conosciamo troppi casi in cui siano stati violenti con membri della propria famiglia. Anche se è capitato che un ragazzo se la sia presa con il nostro staff, ad esempio. Un serio problema rispetto al reale recupero dal trauma è rappresentato comunque dal fatto che il periodo in cui un bambino soldato può considerarsi ‘guarito’ è molto lungo, almeno 5-6 anni, mentre i finanziamenti per i progetti sono generalmente brevi, da uno a 3 anni. Inoltre, ci sono molti soldi per le attività iniziali di ‘smobilitazione’ dei ragazzi, ma è difficile trovare i finanziamenti per risolvere i problemi psico-sociali che insorgono dopo la smobilitazione. Invece il reinserimento nella vita è fondamentale per farli davvero uscire dalla violenza.

Come si avvia il cammino per la guarigione?

Bisogna ristrutturare la vita dei ragazzi. Il cammino verso un ritorno alla normalità si fa attraverso molteplici attività, costanti e durature nel tempo. Si insegnano attività produttrici di reddito che permettano ai ragazzi di sentirsi utili e favoriscano l’accoglienza nelle famiglie; si ascoltano i ragazzi quando hanno bisogno; si promuovono discussioni di gruppo con gli altri bambini che hanno vissuto le stesse esperienze. Una delle maggiori preoccupazioni dei ragazzi è cosa ne sarà di loro nel futuro, è per questo che curiamo con particolare attenzione i loro rapporti con i genitori.

Quali sono i problemi più difficili da superare?

Vi sono casi di bambini che sono stati costretti a uccidere genitori, fratelli, zii. Sono le milizie che li costringono a queste atrocità per impedirgli di fuggire in futuro. In questi casi è impossibile per loro tornare nel villaggio e riprendere la vita normale. Questi sono i casi più estremi. E lo sono anche le gravidanze riportate dalla guerra, che impediranno alle ragazze di avere il marito che desiderano.

Vi sono differenze tra i casi affrontati in Congo orientale, Uganda e Sierra Leone?

In Nord Uganda le cose sono complicate dal fatto che il più feroce dei leader ribelli, Joseph Kony, si è sempre proposto come capo spirituale del suo esercito: parla della sua come di una missione e crea leggende secondo cui gli ex bambini soldato sono stati stregati e non possono più tornare normali. Simili credenze, anche se non allo stesso livello, sono state diffuse anche nel Congo orientale.

05/06/2008

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