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10 settembre 2010   h: 16.38

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PASSI AVANTI E TERAPIE

La clinica per malati di Aids di Tosamaganga è stata avviata nell’aprile 2006 e nell’arco di un anno è passata dai 300 ai 1.300 test effettuati. “Un ottimo risultato”, ha spiegato Barbara Davanzo, “in una regione in cui la prevalenza è del 14,7% anche se molto probabilmente è più elevata. Qui, quasi tutte le famiglie sono state toccate dall’Aids”.

Come vengono curati i sieropositivi?

Chi risulta sieropositivo, dopo aver individuato una persona di riferimento che lo aiuti nella terapia, si rivolge al centro di cura e trattamento. Qui viene visitato, sono eseguiti dei prelievi per la conta dei Cd4 e l’ematocrito, e a questo punto si stabilisce a quale stadio è la malattia. Se è necessario iniziare la terapia, il malato assieme al suo assistente viene istruito alla terapia, dalle modalità d’assunzione all’informazione sugli eventuali effetti tossici cui va incontro. I pazienti tornano una volta al mese al centro per prendere i farmaci. La clinica apre alle 8 di mattina e i pazienti sono così tanti che spesso non viene rispettato l’orario ufficiale di chiusura delle 18 ma si va ben oltre il tramonto, e molti pazienti sono costretti a pernottare in ospedale. I malati percorrono viaggi molto lunghi per ricevere la terapia, anche 100 chilometri a piedi o con mezzi di fortuna. Viaggi anche molto costosi per persone che sono spesso provate dalla malattia e impossibilitate a lavorare. Per venire incontro ai malati delle zone più periferiche, i volontari di Medici con l’Africa Cuamm due volte al mese si spostano in un villaggio distante 20 chilometri da Tosamaganga.

Quali sono i maggiori problemi incontrati?

Le difficoltà sono tante. All’inizio ci arrivavano solo pazienti agli stadi terminali, quando ormai la terapia può fare ben poco. Tra la gente circolava la voce che fosse proprio la terapia a uccidere. Poi, un po’ alla volta gli abitanti delle comunità si sono resi conto che la terapia può aiutare. Il capo villaggio di un paese vicino è un nostro paziente: dopo aver iniziato la terapia Art, la sua salute è migliorata, è ingrassato e ora sta bene. Oggi da quel villaggio arrivano tantissimi pazienti. Ma nonostante tutti i nostri sforzi, molti tornano a casa, continuano a ubriacarsi, oppure appena stanno meglio abbandonano la terapia, che tra l’altro perde d’efficacia se non è accompagnata da un’adeguata alimentazione. Altri, quando la malattia è più avanzata, hanno bisogno di cure e farmaci anche a casa. Per questo ci aiutano i volontari dell’Hbc (Home Base Care): persone scelte nei villaggi dagli stessi abitant, che hanno seguito un breve corso e ricevono un piccolo contributo mensile. Aiutano i malati fornendo loro cure palliative e piccole medicazioni. Ci permettono di individuare le persone più disagiate, alle quali distribuire i pacchi nutrizionali e a cercare quei pazienti ‘latitanti’ che non si sono più presentati in clinica.

Qual è la sfida più grande?

Sicuramente la prevenzione. E in particolare quella dell’infezione da madre a figlio. Tutte le donne gravide vengono sollecitate a fare il test; quelle positive partoriscono in ospedale per cercare di evitare complicanze ed eseguire rapidamente un cesareo in caso di necessità; al parto la mamma e il bambino assumono un farmaco, la nevirapina, per ridurre il rischio di infezione. Infine la madre è invitata ad allattare per soli quattro mesi, con uno svezzamento precoce. Purtroppo questo non è facile, soprattutto in una società dove i bambini sono allattati in media fino ai 2 anni. Se una mamma smette di allattare tutti sapranno che è positiva; poi avrà il problema di dover andare dal marito a chiedere i soldi per dar da mangiare al piccolo… Poche lo fanno, molte continuano con un allattamento misto, che è ancora più pericoloso. La più grande soddisfazione è quando si riesce a convincere un uomo o una donna a ritornare anche con coniuge e figli. Purtroppo la maggior parte delle volte mi sento rispondere ‘Mio marito non vuole fare il test, dice che sta bene’, oppure ‘Tanto mio marito ha anche altre mogli’. È una sofferenza sentire queste risposte, perché al di là della terapia quello che è importante oggi è fare prevenzione e arrestare l’infezione. Una ragazza della scuola infermiere mi dice sempre: ‘Doctor, noi qui moriremo tutti di Aids’. Oltre alla terapia, è questa la lotta più necessaria, quella contro il fatalismo, contro l’arrendersi a una situazione da cui sembra non esserci via d’uscita. Per questo occorre incoraggiare soprattutto i giovani a cambiare mentalità, responsabilizzarli a mutare atteggiamenti per non infettarsi e non infettare.

29-12-2008

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