
A fine gennaio Monica Matarazzo, capo-progetto di Intersos in Afghanistan era a Kabul, seduta a quello stesso tavolo che ha elaborato, approvato e lanciato la roadmap per la pace sottoscritta dalla società civile afghana. Da novembre 2005 Monica Matarazzo vive tra Kabul ed Herat, ma nell'ultimo anno la sua attività l'ha portata praticamente in tutti i principali distretti del Paese. A lei abbiamo chiesto di fare un quadro sull'attuale situazione della cooperazione italiana in Afghanistan: dalla conferenza di pace al delicato tema della convivenza (difficile) tra intervento militare e civile per la ricostruzione del Paese.
Come è andata la pre-conferenza di pace di Kabul?
Direi benissimo, è stata davvero un'ottima cosa. Perché oggi in Afghanistan la società civile non ha voce, non esiste, ed essere lì quei giorni ha dimostrato che non è assolutamente vero: la scoietà civile afghana c'è ed è molto forte. Per noi di Intersos, PeaceWeaves e Afgana è stato davvero importante essere lì. Il documento che abbiamo redatto a Kabul è venuto interamente da loro. Sono uomini e donne impegnati da anni nella ricostruzione, seppur silenziosa, del tessuto sociale di un Paese devastato dalla guerra, e sarebbe uno sbaglio gravissimo per la comunità internazionale non prendere in considerazione le loro opinioni e la strada da loro suggerita per uscire dalla crisi afghana, che oggi è davanti agli occhi di tutti.
A inizio lavori ci si aspettava di raggiungere tali risultati? Penso alla raodmap...
Sinceramente all'inzio ha prevalso lo scetticismo, almeno per quel che mi riguarda. Scetticismo dovuto soprattutto alle precarie condizioni si sicurezza in cui si sono svolti i lavori. Insomma, non eravamo neanche certi di riuscire a seguire il programma stabilito. A scoraggiarci era stato soprattutto l'attentato suicida all'Hotel Serena, costato la vita a sette persone. Quello che è successo al Serena ci ha cambiato la vita. Soggiornare dopo solo qualche giorno dall'attacco in un altro albergo della capitale che ospita soprattutto occidentali non è stato facile.
È stato coraggioso…
Sì, lo credo anche io. Un piccolo atto di coraggio da parte nostra e soprattutto da parte degli afgani.
Qual è sarà ora il passo successivo?
Coinvolgere nel progetto, frutto della collaborazione tra società civile afghana e italiana, anche le grandi realtà internazionali che operano nel Paese. Penso alle Ong e alle agenzie Onu, queste ultime soprattutto perché se vogliamo trasformare il progetto in un programma a lungo termine dobbiamo poter fare affidamento su fondi di cui oggi non disponiamo.
Da quanto tempo Intersos opera in Afghanistan?
Dall’ottobre 2001, con un ufficio principale a Kabul e sedi periferiche a Jalalabad, Maimana, Kandahar e Lashkar Gah.
Fino a oggi abbiamo operato in diversi aspetti dell’emergenza e focalizzato l'attenzione principalmente su rimpatrio dei rifugiati, interventi legati all’acqua, ricostruzione, sminamento umanitario accompagnato da campagne di informazione sul rischio che deriva dalle mine.
A quale progetto stai lavorando di più in questo momento?
A quello che avviato in collaborazione con L’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) che ci ha portato in tutti i dipartimenti ministeriali dei rifugiati di 17 province. Un progetto che mi ha dato l'onere e anche l’onore di viaggiare per tutto il Paese. In realtà sono due i progetti con l'Unhcr a Kabul; il primo è di supporto diretto ai richiedenti asilo in Afghanistan.
Oggi chi chiede lo status di rifugiato in un Paese come l’Afghanistan?
Sembra folle, eppure è così. In Afghanistan è arrivato di recente, ad esempio, un giornalista iraniano con fede cattolica che ha avuto problemi politici nel proprio Paese, e poi ci sono i tantissimi iracheni che ogni giorno affollano gli uffici dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite. Non si tratta solo di rifugiati politici, ma di disperati che fuggono dalla guerra e non hanno più niente. Il progetto è comunque in via di chiusura perché a breve sarà lo stesso ministero degli Esteri afghano a dare direttamente supporto ai richiedenti asilo. Poi c’è l’altro progetto, che è collegato a questo, ma più articolato e forse più interessante.
Di cosa si tratta?
Di un programma che non è rivolto direttamente ai beneficiari, perché i nostri beneficiari sono diventati gli esponenti del ministero dei Rifugiati e degli Affari sociali che aiuteranno concretamente coloro che vogliono rientrare nel Paese. Un'attività che Intersos svolgeva fino al 2005.
Su cosa si basa l’assistenza a coloro che rientrano nel Paese?
Chi fa ritorno a casa riceve innanzitutto una piccola quantità di denaro così da acquistare beni di prima necessità, dal cibo alle medicine. Poi c’è una fase più sostenibile e a lungo termine, che consiste nel segnalare il singolo caso a una rete di servizi sociali territoriali costituita da Ong e agenzie Onu di modo che l'assistito possa ri-inserirsi nella propria comunità.
E ad Herat?
Abbiamo avviato una missione il 26 novembre grazie ai fondi della Cooperazione italiana. Un progetto piuttosto complesso perché ad Herat, che è nel nord ovest, c'è il Prt italiano (Provincial reconstruction team, ndr.).
La situazione qui è molto diversa da Kabul?
Direi di sì. A Kabul c'è una cooperazione italiana che vive in condizioni di normalità. Ovvero esce, ha un ufficio, una casa e un’auto con cui si muove liberamente. Poi c’è una cooperazione italiana ad Herat, che è costretta a lavorare ancora dentro al compound militare del Prt.
E questo cosa comporta?
Intersos ha preso una posizione chiara rispetto alla collaborazione civile e militare, in particolare in Afghanistan, ed è fermamente contraria alla logica umanitaria dei Prt. Questa vicinanza genera confusione circa gli obiettivi e il significato degli interventi umanitari stessi: la popolazione non percepisce la distinzione tra gli operatori umanitari civili e le missioni militari presenti sul territorio, dalla Nato a Isaf a Enduring Freedom. La presenza dei Prt innalza inoltre il rischio per la sicurezza degli operatori umanitari e ostacola l’accesso alle Ong nelle aree di operazione. Non si deve dimenticare che la popolazione afghana, visto anche il basso livello di cultura e di accesso all’informazione, non è in grado di operare questa distinzione fondamentale e spesso identifica il militare 'invasore' con il cooperante che gira scortato dai blindati. Oggi le Ong vivono fuori dal compound militare, ma i loro uffici sono ancora all’interno e gli operatori civili passano la maggior parte della loro giornata nel Prt, con tutto ciò che questo comporta. Nonostante tutto, comunque, in seguito all’impegno del governo italiano di arrivare in futuro a una separazione netta tra Prt e cooperazione civile, abbiamo deciso insieme alle Ong Cesvi, Gvg e Aispo di intervenire ad Herat, area molto interessante perché è proprio sul confine iraniano.
Torniamo al progetto...
La premessa da fare è che si tratta zona è molto ricca ma priva di progetti sociali. La vicinanza all'Iran ha fatto sì che divenisse un'area di commercio e scambio. Non è un caso che qui sono ci sono più strade asfaltate che nell'intero Afghanistan: il trasporto di merci è continuo ed Herat è l’unico posto forse in tutto il Paese in cui si può vedere una piccola fabbrica di yogurt o di altri prodotti locali. Il progetto appena avviato è interessane perché diretto al supporto alle fasce più vulnerabili della popolazione, questa volta residente: donne, bimbi, orfani emarginati e senza alcun supporto. Intersos fa soprattutto formazione al personale del ministero Affari sociali, ma anche a quello degli orfanotrofi e degli istituti per non vedenti, per cercare di ricostruire quel tessuto sociale oggi disintegrato. Ci piacerebbe un giorno concentrarci maggiormente sugli orfanotrofi e partire da qui per affrontare il discorso della riunificazione familiare. Oggi negli orfanotrofi agfghani non ci sono solo orfani ma bambini molto poveri lasciati da genitori troppo poveri per mantenerli. Si tratta di avere a che fare con realtà molto piccole che rappresentano una componente estremamente vulnerabile, che spesso vive in comunità remote e difficilmente raggiungibili.
Spunta di nuovo la questione della sicurezza...
La mancanza di libertà di movimento è oggi il problema principale per chi fa cooperazione in Afghanistan. L’unica soluzione a mio parere è quella di collaborare sempre di più con realtà locali che hanno ancora possibilità di muoversi. Probabilmente questa è l'unica via per raggiungere determinate province e i villaggi più remoti, che poi sono quelli in cui c’è più bisogno. Dopo una prima fase, il progetto dovrebbe evolversi istituendo un centro di formazione per istruire sia i residenti che coloro che rientrano nel Paese alle arti tradizionali delle regioni occidentali, che sono ricchissime di cultura. Penso ai tappeti, ai vetri, le ceramiche sufi.
In questo modo, si riuscirebbe e rimettere in piedi l'economia locale partendo dal basso.
Avete mai preso in considerazione la possibilità di collaborare anche con gruppi vicini ai talebani pur di aiutare la popolazione dei villaggi più remoti?
Certo. Questo inverno ad esempio, che in Afghanistan è stato particolarmente feroce, siamo intervenuti in un distretto di Herat a maggioranza Pastun, che per noi occidentali vuole dire talebana. Per ragioni di sicurezza a distribuire tra la popolazione vestiti e stufe sono stati due collaboratori afghani di Intersos. Io non sono potuta entrare in quello che oggi è considerato un covo di talebani.
14 marzo 2008