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10 settembre 2010   h: 17.37

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Emergenza Pakistan

Il caso

Il volto militare di Herat

La confusione che si è andata creando tra attori civili e militari ha determinato nel corso del tempo una forte riduzione della percezione di neutralità di questi ultimi agli occhi delle popolazioni locali.

A Herat il PRT (Provincial Reconstruction Team) della NATO a comando italiano, svolge le attività CIMIC (Civil-Military Cooperation). La DGCS (Direzione generale Cooperazione allo sviluppo del MAE) ha un proprio programma di aiuti di emergenza e per la ricostruzione.

 

HERAT e province adiacenti   2006   2007    2008     2009
PRT                                          8300    9300       8700      8700
Cooperazione Civile Mae           4093  10300     16690   11700
 (dati in migliaia di euro)


La tabella evidenzia che a Herat i fondi per la cooperazione civile gestita dal MAE, quella cioè che istituzionalmente rappresenta il riferimento dell’azione di aiuto e di cooperazione dell’Italia, superano di poco, nel quadriennio, quelli gestiti dai militari per le attività CIMIC. Cooperazione civile: 42.783.000 di euro, con forti differenze di anno in anno; CIMIC: 35.000.000, programmati e spesi annualmente in modo regolare. Anche qui si registra un
incremento della cooperazione civile nel 2008. Tendenza che viene confermata nel 2009, nonostante la drastica riduzione dei fondi per l’aiuto pubblico allo sviluppo: segno di una rinnovata attenzione all’area, che dovrebbe rimanere tale anche nel prossimo futuro, con un rafforzamento delle attività di cooperazione civile. Purtroppo si tratta di una decisione alquanto tardiva, dato che tutte le istituzioni di Herat, da tempo, non fanno più alcuna distinzione tra cooperazione civile e PRT.

 

Risorse e valutazione dei bisogni
Nella Provincia di Herat sono presenti sia militari italiani sia la Direzione Generale Cooperazione allo Sviluppo (DGCS), e i soldati che fanno riferimento alla missione International Security Assistance Force (ISAF) sono attivissimi nell'opera di ricostruzione attraverso l'apposita struttura dei Provincial Reconstruction Team (PRT). I dati raccolti da Link 2007 confermano che il nostro paese negli ultimi quattro anni ha investito all'incirca lo stesso ammontare per la cooperazione gestita direttamente dai militari, cosiddette attività CIMIC, e per le iniziative portate avanti dalla Cooperazione Italiana allo Sviluppo. Un dato tanto più impressionante se si pensa che i progetti portati avanti dai soldati impegnati in una missione militare sono basati su considerazioni di carattere strategico, e sono prevalentemente diretti a incrementare il consenso della popolazione locale verso la missione stessa. Di conseguenza, secondo Link 2007, non rispondono a una rigorosa valutazione dei bisogni, e non sono diretti ai gruppi più vulnerabili della popolazione cui viceversa dovrebbe essere dedicata una particolare attenzione. Questo senza considerare, avvertono le ong, che un militare, addestrato a conseguire obiettivi tattici e strategici difficilmente potrà essere anche un esperto di cooperazione allo sviluppo, incrementando così il rischio di realizzare progetti poco efficaci, e che possono arrivare in alcuni casi a contrastare una strategia generale di sviluppo del paese.

Ma la ricerca realizzata Link 2007, mette anche in evidenza come i fondi riservati alla cooperazione militare siano stati estremamente stabili nel corso degli anni, permettendo quindi un elevato livello di programmazione. Viceversa, i fondi per la cooperazione civile sono risultati volatili, incrementando il rischio di avviare progetti non sostenibili nel lungo periodo. Questa ulteriore preferenza accordata alla cooperazione militare risponde a una concezione che vede nelle attività di cooperazione esclusivamente una costola di una ben più rilevante politica di sicurezza internazionale. Se interpretati in questo modo, i progetti di sviluppo non rispondono più all'esigenza di promuovere una crescita più equilibrata e sostenibile a livello globale, ma si limitano a una visione di breve periodo indirizzata a conseguire obiettivi di carattere tattico. Ma il problema di Herat non si ferma sul piano delle riflessioni teoriche. Infatti, la confusione che si è andata creando in Afghanistan tra attori civili e militari ha determinato nel corso del tempo una forte riduzione della percezione di neutralità di questi ultimi agli occhi delle popolazioni locali. La conseguenza è che gli operatori umanitari sono sempre più spesso considerati come parte integrante delle forze di occupazione straniere, divenendo dunque legittimi (e facili) bersagli di attacchi da parte dei gruppi resistenziali e terroristici. In questo senso viene evidenziato come solo una netta divisione tra missione militare e operatori umanitari possa assicurare la sicurezza di questi ultimi.

 

 

Salute, formazione, accoglienza:
il lavoro delle ong
Oggi nella provincia di Herat sono attive due Ong di LINK 2007. Il Cesvi lavora da giugno 2008 su più fronti: il reinserimento lavorativo delle fasce più vulnerabili della popolazione grazie all’apertura di centri di formazione (corsi per fabbri, falegnami, idraulici, elettricisti, ricamatrici e sarte); l’equipaggiamento e potenziamento dell’ospedale pediatrico anche attraverso il training del personale sanitario; la creazione di tre piccole cooperative con il coinvolgimento dei beneficiari delle attività formative. Intersos sostiene con le autorità e le Ong locali le fasce più vulnerabili della popolazione (bambini, anziani, donne sole con prole) con un centro di prima accoglienza e distribuzione di beni di prima necessità. L’ultima è stata realizzata prima del pieno inverno a per dare aiuto a 3.400 persone, portando stufe, coperte e legna da ardere. Per favorire un inserimento sociale dignitoso e garantire sicurezza ai più deboli, Intersos ha avviato un centro artigianale per assicurare addestramento professionale e lavoro, con l’obiettivo di coinvolgere le famiglie 'allargate' una volta terminata la formazione e consegnata la dotazione necessaria per sviluppare autonomamente le attività. Il centro artigianale cerca di recuperare le tradizioni artistiche di Herat nella produzione dei tappeti, delle ceramiche, del vetro e nella calligrafia artistica.

 

 

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