
Che cosa sta accadendo al sistema di aiuti internazionali del nostro Paese? Oltre alla consueta mancanza di fondi, che nel 2010 ha probabilmente toccato il livello minimo dal 1985 a oggi, è in corso una trasformazione strutturale che ne modifica profondamente la natura. Difficile convincersi che si tratti di un lucido disegno di riforma: l’immagine irrazionale e viziata di ideologia che ne risulta pare piuttosto frutto di una grande confusione e di una marcata incompetenza.
Il primo fenomeno è il graduale spostamento delle responsabilità sugli aiuti d’emergenza dal ministero degli Esteri alla Protezione civile. Questo è un caso forse unico al mondo. In quasi tutti i Paesi, le emergenze internazionali sono di responsabilità del dicastero degli Esteri. È così perfino negli Stati dove esiste un ministero della Cooperazione -come in Germania- e si spiega con la necessità di rispondere a un’emergenza con capacità, conoscenze e istituzioni adeguate. Quadri di analisi politica, intelligence, strategie-Paese, presenza in loco con ambasciate, Ong e imprese; presenza negli organismi internazionali; capacità di intervenire in contesti politicamente molto delicati, come le guerre. E anche perché in un disastro c’è un “durante” ma anche un “dopo”: le politiche di ricostruzione, il sostegno economico, l’intervento militare, la rinegoziazione del debito, e molto altro. È evidente che, come in ogni parte del mondo, anche in Italia queste competenze risiedono principalmente nel ministero degli Esteri e, in particolare, nella DGCS. La direzione generale Cooperazione allo Sviluppo, indebolita dalla discontinuità delle politiche e dalla mancanza di fondi, almeno nel recente caso del Libano ha saputo lavorare con efficacia e soddisfazione di tutte le parti coinvolte (autorità e comunità locali, Ong e Nazioni Unite). Dovrebbe essere una scelta naturale, nel caso di interventi internazionali, affidare le responsabilità di coordinamento al MAE anche se la soluzione ideale vorrebbe una struttura ad hoc che riunisca le competenze di MAE, altri ministeri, Protezione civile, Ong, Croce Rossa, enti locali ed esperti indipendenti. Una sorta di comitato con il compito di assicurare il massimo rispetto delle buone norme e dei principi dell’assistenza umanitaria, di definire priorità e settori d’intervento, di assicurare il coordinamento internazionale e di ripartire i fondi in maniera trasparente.
Il secondo fenomeno cui assistiamo è l’espansione delle funzioni della Protezione civile, assieme alla sua (parziale?) privatizzazione. Vittima della propria efficienza, il dipartimento si sta trasformando: da struttura di intervento nell’emergenza ad ‘Agenzia del fare’, in campi che vanno dagli avvenimenti di massa (dimostrazioni, concerti, raduni, ecc.) alle opere pubbliche (la riabilitazione degli edifici della Maddalena), dai grandi appuntamenti politici (come il G8) a qualsiasi altra attività ritenuta importante dal governo. Forte della sua possibilità di lavorare in deroga a leggi e regolamenti, scavalcare le lentezze burocratiche e i filtri amministrativi, il DPC potrà gestire qualsiasi attività come si trattasse di un’emergenza. Tralascio gli aspetti politici e giuridici, per sottolineare che, storicamente, ogni volta che si ampliano le competenze di una struttura altamente specializzata, la qualità degli interventi è penalizzata, entrano in gioco conflitti di priorità, si complicano le dinamiche interne, si disperdono capacità e risorse umane e si complica l’uso dei finanziamenti. Che ogni istituzione debba concentrarsi sul suo core business, se vuole far bene, è un principio universalmente accettato. Si chiama "principio di Peter", che si può tradurre così: "Ognuno è promosso fino a raggiungere il proprio livello di incompetenza, e lì rimane". E si applica anche alle aziende e alle organizzazioni. Avevamo un’ottima Protezione civile e ci ritroveremo con una confusa e invadente Agenzia del fare.
L’aspetto della privatizzazione, poi, è inquietante: com’è possibile coniugare la legittima esigenza “privata” di fare cassa e di perseguire le attività più redditizie, con il dovere di offrire a tutti e imparzialmente l’assistenza di cui hanno bisogno? Si lavorerà di più alla Coppa Luis Vuitton o al consolidamento dei versanti di una collina in Calabria? In un Paese come il nostro è pensabile che ogni cosa sia trattata con uguale cura e con tutti i fondi necessari?
Il terzo fenomeno, altrettanto preoccupante, è la crescente politicizzazione di ogni intervento d’emergenza, dal terremoto dell’Aquila a quello di Haiti. Non è certo un fenomeno nuovo, ma nel nostro Paese si è accentuato fortemente negli ultimi anni. Anche noi ormai mandiamo in giro inutili portaerei e vogliamo mettere bandierine nazionali su tutto. La prima vittima è proprio la Protezione civile, a partire dalla nomina del suo direttore a sottosegretario e, probabilmente, a ministro. Quando si rafforza la cinghia di trasmissione tra dimensione politica e dimensione tecnica, si riduce drammaticamente lo spazio per un’azione indipendente improntata al massimo risultato operativo, a vantaggio di priorità politiche dettate da altre considerazioni.
Non è un problema di uomini. Credo che Guido Bertolaso sia stato un ottimo direttore del DPC, che ha saputo portarlo ai migliori livelli internazionali. Un uomo competente e di grande esperienza che, per di più, ha saputo circondarsi di altri uomini esperti e competenti come Agostino Miozzo. Avevo anche trovato ammirevole la decisione di Bertolaso di lasciare la sua carica per tornare al suo mestiere originario: un modo elegante di uscire di scena a testa alta dopo una vita di successi, cosa rara nel nostro Paese. Adesso lo vedo sempre più fagocitato dalla macchina politica e mi chiedo: perché non si oppone alle derive che ho appena descritto? Un uomo della sua esperienza conosce troppo bene questi meccanismi per non coglierne il pericolo. L’unica risposta che so darmi, e che voglio fortemente credere vera, è che sia rimasto al suo posto nella speranza di limitare il danno. Auguri.