
I Paesi poveri, pur essendo in minima parte responsabili delle emissioni di gas serra sono quelli che subiranno le conseguenze più negative degli effetti dei cambiamenti climatici. Questo perché il riscaldamento globale ha un effetto moltiplicatore sulle crisi in corso, come quella alimentare e idrica. Ma anche perché i primi catastrofici eventi si sono concentrati geograficamente in zone le cui popolazioni versano in condizioni di povertà. Le emissioni medie di Co2 di un abitante del Bangladesh ammontano a circa un sesto di quelle di un cittadino americano, ma questo non ha protetto il Bangladesh dall’innalzamento del livello dei mari, dalle tempeste, dalla salinizzazione del suolo e dagli uragani. Lo stesso vale per i paesi dell’Africa sub-sahariana, in cui la desertificazione e la siccità stanno mettendo a repentaglio la vita di milioni di persone le cui emissioni di Co2 sono praticamente nulle. O per le popolazioni degli arcipelaghi situati nell’Oceano Pacifico e Indiano, dove si prevede nei prossimi anni la scomparsa di centinaia di isole. Una situazione che rischia anche di posticipare l’individuazione delle eventuali soluzione: più il problema percepito come lontano dai Paesi ricchi, meno sembrerà urgente. I mass media occidentali non sembrano essere molto interessati al futuro di Stati che l’opinione pubblica fatica persino a collocare geograficamente: è qui che entra in gioco il senso di responsabilità dei Governi dei Paesi industrializzati. Il Protocollo di Kyoto era una prima risposta, con tutti i limiti dovuti alla non sottoscrizione del trattato da parte degli Usa, il maggior inquinatore mondiale.
I 'nuovi' profughi ambientali
Il diritto internazionale suggerisce l’esistenza di un obbligo legale per i principali emettitori di Co2 di proteggere i Paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici. Questo sulla base del principio consolidato del ‘chi inquina, paga’. In quest’ottica le nazioni sviluppate, Stati Uniti in primis, avrebbero l’obbligo di finanziare misure di adattamento per quelle povere. Questo è uno dei punti maggiormente controversi per il raggiungimento di un accordo condiviso a Copenaghen. Per ora l’unica misura prevista è il Fondo di adattamento ai cambiamenti climatici divenuto operativo nel 2008 e finanziato con un’imposta del 2% sul Clean Development Mechanism, strumento che permette ai Paesi industrializzati e alle loro imprese di ridurre le emissioni in quelli in via di sviluppo per ottenere dei crediti sulle quote di Co2. La società civile spinge affinché tutti i Paesi ricchi si impegnino in favore delle popolazioni che subiranno maggiormente gli effetti negativi e il prezzo più alto del nostro benessere. Legambiente sottolinea che se non lo si farà per loro, bisognerà comunque farlo per evitare di dover affrontare la pressione sui confini di milioni di nuovi profughi ambientali. Per l’Alto Commissariato delle Nazione Unite per i Rifugiati (Unhcr) 6 milioni di persone a oggi sono costrette ogni anno a lasciare le proprie terre a causa del surruscaldamento del pianeta. Cifra che nel 2050 potrebbe arrivare a 200-250 milioni di persone. Secondo il rapporto di Legambiente ‘Profughi ambientali’, la metà di questo esercito di nuovi disperati sarà causata da catastrofi naturali, inondazioni e tempeste, mentre gli altri si sposteranno in seguito ai progressivi cambiamenti ambientali, come l'innalzamento del livello del mare e la desertificazione. Nel 2007, per la prima volta, il numero dei profughi ambientali ha superato quello dei profughi di guerra, facendo emergere un nuovo problema. A differenza dei profughi di guerra, quelli ambientali non sono riconosciuti come rifugiati dalla Convenzione di Ginevra del 1951, né dal suo Protocollo supplementare del 1967.
Le responsabilità dell'Italia
L'Italia è all’undicesimo posto nella classifica dei maggiori produttori di Co2 e nei prossimi anni le sarà chiesto un grande sforzo 'riparatore'. Legambiente, nel suo dossier ‘Copenaghen: ultima chiamata per il clima’, sottolinea che l'Italia è partita in ritardo nell'attuazione del protocollo di Kyoto e nello sviluppo di politiche energetiche che premino le rinnovabili e l'efficienza, ma ha enormi potenzialità per riuscire a colmare il distacco. Alla fine del 2008 l'Unione europea ha approvato il pacchetto energia e clima, fissando obiettivi vincolanti al 2020 sia per la riduzione dei gas climalteranti (-20%), che per lo sviluppo delle rinnovabili (+20%). La direttiva europea sulle rinnovabili approvata all'interno del pacchetto obbliga l''Italia a coprire entro il 2020 il 17 per cento dei consumi primari di energia con le fonti rinnovabili. Sul lato della riduzione dei gas a effetto serra si è fissato invece, sempre entro il 2020, l'obiettivo di un taglio del 21 per cento delle emissioni del settore industriale rispetto ai livelli del 2005, e di un taglio del 13 per cento per il resto dei settori
L’Unione in vista di Copenhagen si è già impegnata ad aggiornare il proprio obiettivo a una riduzione del 30 per cento. In questo caso l’obiettivo italiano arriverebbe a un taglio del 18 per cento rispetto ai livelli del 2005. L’adozione del pacchetto energia e clima è stata accompagnata dalle forti polemiche sollevate dal Governo italiano, che ha insistito sui costi eccessivi e sulla difficoltà del raggiungimento degli obiettivi. In realtà, secondo Legambiente, sia nel caso delle rinnovabili sia in quello delle emissioni inquinanti, gli obiettivi fissati per l’Italia sono ampiamente raggiungibili con l’adozione di politiche complessive a favore dell’efficienza e delle energie pulite. Oltre a essere necessari da un punto di vista ambientale, lo sviluppo delle rinnovabili e la riduzione delle emissioni rappresentano per l’Italia un vantaggio economico a lungo termine. A fronte di un investimento iniziale stimato dalla Commissione europea a circa 8 miliardi di euro l’anno, Belpaese potrebbe ottenere indiscussi vantaggi grazie a una consistente riduzione della dipendenza dalle fonti fossili e a un taglio delle spese oggi sostenute per porre rimedio all’inquinamento. Gli obiettivi fissati dall’Unione europea al 2020 sono dunque possibili in Italia: la CO2 si può ridurre con un vantaggio per tutti in termini di minori consumi energetici e minori importazioni, bollette più basse e un'aria più pulita. Nello scenario proposto da Legambiente nel dossier, la riduzione complessiva che si potrebbe ottenere al 2020 oscilla tra i 115 e i 150milioni di tonnellate di CO2, rispettivamente pari al 22/29 per cento rispetto alle emissioni del 1990. Si tratterebbe in entrambi casi di riduzioni che superano ampiamente gli obiettivi previsti dal pacchetto energia e clima dell'Ue. La maggior dei tagli si otterrebbe attraverso gli interventi nel settore dei trasporti e dei consumi domestici, che inciderebbero per il 30,4 per cento ciascuno sull’entità della riduzione attesa, mentre il peso delle rinnovabili sarebbe del 10,4 per cento, quello dell’efficienza nelle industrie dell’8,4 per cento e quello della riduzione dell’uso di carbone e petrolio per del 20%. Per Legambiente un altro buon motivo per intraprendere la via dello sviluppo ‘verde’ è che l'Italia ha già iniziato a scontare gli effetti del riscaldamento globale, in quanto area mondiale a più alta vulnerabilità in termini di perdita di zone umide e in particolare degli ecosistemi e della biodiveristà marino-costiera. L’organizzazione ambientalista prevede che saranno sommersi circa 4.500 chilometri quadrati del territorio nazionale, distribuiti in prevalenza al sud, dove si concentreranno la maggior parte delle aree che andranno incontro a una progressiva desertificazione. Questi dati dovrebbero spingere il Governo italiano, presente al summit di Copenhagen con il presidente del Consiglio Berlusconi, a diventare un fattore di accelerazione verso l’individuazione di obiettivi ambiziosi e possibili.